Sergio giocava a poker in tutta tranquillità, conscio che quel pomeriggio l’alternativa era ammaestrare upupe o registrare la quinta di Beethoven ruttando in Fa diesis. A un certo punto si sentì un boato, le pareti tremarono e Sergio sobbalzò. Il terremoto? No, Sergio non vive in Abruzzo… era la terribile “gnogna”. “Gnogna” starebbe per nonna, e quando la gnogna di Sergio chiama la voce è simile a quella di Placido Domingo che fa l’acuto del Rigoletto in un megafono.
“SEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEERGIOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!”.
Sergio si precipita e intanto vaglia le possibili ipotesi:
- Catastrofica: si è spalmata a terra tra il letto e l’armadio trascinando con se il comodino
- Media: ha trovato qualche foto del 1903 e vuole mostrarmi quanto era bello il trisnonno Peppeniello
- Leggera: ha messo per sbaglio il Televideo ed è convinta che Astaroth si sia impossessato della tv
Niente di tutto questo. Arrivo lì e lei urla “Oddio! Oddio! C’è una bestia enorme! Una specie di mosco!“.
Ora, dovete sapere che io sono insettofobico. Quando entra una vespa in camera per affrontarla mi armo come Bush per la seconda guerra in Iraq: straccio per tenerla lontana, Baygon, passo felpato e maniche della camicia srotolate a protezione nel caso cercasse di divorarmi. A volte, in caso di insetti grossi, li ho aggrediti persino col Pronto, per essere sicuro che il colpo gli togliesse la possibilità di volare cristallizzandoli.
Chiedere a me di affrontare una “bestia enorme”, quindi, è come chiedere a un aracnofobo di affrontare una tarantola gigante, come chiedere a agorafobico di affrontare il Sahara, come chiedere a un politico di affrontare un test culturale. Panico totale. Ma cosa faccio, lascio nonna sola con la bestia? Mi preparo quindi alla battaglia, mi armo del mio fedele Zig Zag che “Uccide mosche, zanzare e, all’occorrenza, rinoceronti” (come da etichetta) ed entrò nell’anfratto del mostro.
Entrando mi aspetterei di vedere quanto meno un elicottero Apache che vola o sentire un ronzio tipo la ventola del mio Pc quando avvio il Photoshop. Invece niente. Poi nonna aggiunge un dettaglio prezioso alla mia conoscenza: “Cammina!”. Cazzo, non è un “mosco”, è uno scarrafone. Non potendo attaccarmi al soffitto (dimenticata in cucina la ventosa), guardo in basso. “No, cammina sulla tapparella”. La finestra è chiusa, quindi l’orrida bestia deve essere tra tapparella e finestra. Mi avvicino e mia nonna fa “E’ lì”.
Silenzio catartico. Non vedo nulla. “Non lo vedi??? E’ lì, si muove!” e dicendo questo indica un punto preciso dove finalmente vedo chiaro. In quel punto c’è… la tapparella! “Nonna, non lo vedo”. Mette il dito a tre centimetri. “Questo! Guarda! Sta lì! Mica sono scema!”
Realizzo. Domando. “Nonna, è quel coso grigio e argentato al centro?”. “Sì! Mica sono scema!”.
Era la vite della tapparella. Nonna, non sei scema ma domani si va dall’oculista. Ho sconfitto il temibile “mosco” senza affrontarlo. Una prece.


