L’Armageddon del giornalismo italiano

Serse alle Termopili. Napoleone a Waterloo. Cadorna a Caporetto. Il giornalismo in ItaGlia. Ieri è andata in scena una disfatta di dimensioni epocali per il mondo della carta stampata dello stivaletto.

Preciso subito: questo non sarà un post emotivo e per questo potrebbe fare incazzare un po’ tutti. Cercherò, per quanto posso e brevemente, di fare come un geologo serio che deve relazionare sulla fattibilità di una diga. Se si esprime a favore i valligiani gli daranno addosso, se dà parere negativo i costruttori troveranno un geologo di parte che lo contesterà, se rimane col dubbio sarà tra due fuochi. Ma la terra resterà uguale.

Partiamo da “Il Giornale” e “Libero”, che sugli attentati in Norvegia hanno titolato rispettivamente “Sono sempre loro. Ci attaccano” e “Con l’Islam il buonismo non paga”. Sono giornali di destra, si sa, ma essere di parte o persino servi non significa essere necessariamente cattivi professionisti. Non ho dubbi, ad esempio, sul fatto che se al posto di Belpietro o Sallusti ci fosse stato ancora un Montanelli una catastrofe giornalistica sarebbe stata evitata. Ok… per un giornale di destra l’occasione di dare addosso ai tanto odiati islamici era ghiotta e in linea con il target, ma perché non ritardare la messa in stampa? Perché non far fare un po’ di straordinari ai giornalisti? Perché non uscire con un titolo transitorio per poi pestare duro il giorno dopo? Questo non è essere faziosi, questo è essere dilettanti.

Altra perla nel pomeriggio, dal sito del “Corriere della Sera”. Muore Amy Winehouse e qualche genio ha l’idea di sbattere la notizia in alto, prima della Norvegia. Ora… tanta gente si scandalizzava per il fatto che venisse dato più spazio alla morte della cantante rispetto a quanto ne fosse stato dato ai cinque morti sul lavoro del giorno prima. Umanamente ognuno la pensi come vuole, ma giornalisticamente è una cazzata: solo un quotidiano di sinistra può permettersi una cosa del genere, per il resto la Winehouse è più notiziabile anche perché gli italiani sono ormai immunizzati al tema delle morti sul lavoro. Volendo essere brutali, come vendite la sua morte vale una mezza ThyssenKrupp e qui di vendite si parla, visto che i giornali non campano d’aria.

Tuttavia ci sono questioni che non possono essere ignorate da chi fa questo mestiere, ad esempio la buona abitudine di pensare a lunga scadenza. Mettere la Winehouse prima della strage di Utoya avrà anche fatto guadagnare qualche clic al sito del Corriere (ho i miei dubbi, visto il target) ma ha anche fatto calare l’ombra del gossip su un giornale che, fino ad oggi, piaccia o meno è visto dall’opinione pubblica come tra i più autorevoli. Dopo ieri penso al “Corriere della Sera” e mi viene in mente il “Sun” e il danno d’immagine, anche se non tremendo, comunque annulla ampiamente quella manciata di click. Anche in questo caso dilettanti allo sbaraglio.

Il succo è questo, da un punto di vista tecnico. Da un punto di vista morale chi vuole si indigni, ma la terra resterà uguale.

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5 commenti to “L’Armageddon del giornalismo italiano”

  1. forse l’ubriacona è stata messa in primo piano perchè in norvegia l’islam NON era per nulla coinvolto?
    In quanto a Belpietro non sa distinguere un pagamento in percentuale da uno stipendio, cosa volete che ne sappia di terroristi islamici o assatanati assassini di matrice politica, al limite lo si può interpellare per conoscere il gusto del retro dei potenti.

  2. E pensare che questi giornali senza i finanziamenti di Stato, quindi senza soldi pubblici nemmeno avrebbero la forza (economica) di poter uscire in edicola, sono curioso però di leggere la prima pagina del giorno dopo de il giornale e di libero

  3. Se avessero la schiena dritta , guarderebbero in avanti, ma siccome sono prostrati l’unica cosa che vedono è il loro buco nero..possono scrivere solo cagate.Falsi ,in mala fede.e pure schiavi.

  4. ennesima figura barbina di scribacchini falliti! la cosa che mi inquieta è che qualcuno si compra il loro letame.

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