Le “Four Old Blondes”

“Uno psichiatra è uno che va alle Folies Bergeres e guarda il pubblico” (Mervin Stockwood)

Anche i meno attenti l’avranno capito: io sono uno che osserva la gente. Non sono al livello dello psichiatra di Stockwood (n.b. incredibile, un vescovo dotato di senso dell’umorismo) però appena ho un attimo libero lo perdo a guardarmi intorno. Sarà per questo che, giovedì scorso, non ho potuto fare a meno di vivisezionare le quattro gentili signore che siedevano davanti al mio posto durante il concerto di Ranieri. Ah… squarto una parente: spettacolo straordinario, quell’uomo ha 60 anni e salta come uno di 20. Tornando a bomba, le nostre protagoniste avevano una decina di anni in meno del buon Massimo e probabilmente si conoscevano da tempo, perché solo un’amicizia di lungo corso può mettere assieme persone così diverse: diciamo che rappresentavano tutti gli approcci alla vita che si possono avere quando si entra negli “anta”.

Quella a destra era la tipica zandraglia (se non la conoscete andate ripassare subito). Il trucco era assente, ma c’è da dire che non ne aveva bisogno: non nel senso che era bella di suo, ma che non lo sarebbe stata neanche se l’avesse ridipinta il Pollaiolo. Il vestito era una tuta-felpa rosa con maniche arrotolate, buona per fare i piatti, andare al concerto e poi a dormire senza doversi mai cambiare. Infine, a completare il quadro, la tendenza a parlare italiano (rumorosamente) pur non sapendolo: Ranieri spiega il titolo del suo spettacolo e dice “Non è un nome astruso”, lei chiosa “Ma io credo che… (pausa alla ricerca del congiuntivo perduto) si dice (vabbè, almeno ci hai provato…) astroso!”. Certo, astroso… guarda quante stelle signò…

La seconda era la più carina e al contempo la più dimessa: vestita in modo normale, poche parole senza la minima volgarità, trucco leggero, lineamenti addirittura graziosi. Diciamo una specie di Meg Ryan in tono minore, se solo Meg Ryan avesse deciso di invecchiare normalmente anzichè zampognarsi di botulino riducendosi come Renato Balestra. A rovinarla erano solo degli improvvisi attacchi di riso tardonico (non è un errore) ma tra le quattro era l’unica che avrei risuolato e, visto che non sono un ciabattino schizzinoso e tendenzialmente risuolo di tutto, la cosa vi può fare capire come stessero messe male in arnese le altre.

La terza era Amanda Lepore, quella nella foto. Tra le quattro era quella che aveva sopportato peggio l’incedere degli anni, così per rimettersi al passo deve aver pensato che potessero bastare un po’ di rossetto e di fondo tinta. Sì… ma un po’, cazzo! Il rossetto le sbordava mezzo centimetro dalle labbra e il fondo-tinta le conferiva un caratteristico aspetto da IT. A corredo si era versata addosso una tanica di Chanel che, combinata al fondotinta e al sudore abbondante, le conferiva un simpatico odore di mela cotogna. Faceva l’insegnante, e spero che non si sia mai presentata a scuola combinata in quella maniera.

L’ultima era Lina Wertmuller. Non somigliante… era proprio lei. Identico capello corto biondo, identici occhiali bianchi con montatura pesante come un’alabarda cartaginese, identico vestiario mascolino, identici lineamenti da gerarca nazista e identica affabilità da contadino della bassa trevigiana. Unica differenza: era alta 1.80 e sentiva il bisogno di dondolarsi a destra e a sinistra a seconda del vento, costringendo tutti quelli dietro di lei (me compreso) a fare la hola. Dopo quindici minuti di concerto volevo arrotolarla nella moquette e darle fuoco.

Dimenticavo un dettaglio… erano tutte e quattro bionde, ma tutte e quattro non erano bionde: si vedeva chiaramente dai segni della ricrescita. Unite nel nome della tintura, che tenerezza le mie “Four Old Blondes”…

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2 commenti to “Le “Four Old Blondes””

  1. minchia, ho letto il tuo post e non mi sono accorto che dietro di me c’erano i bambini…… alla vista delle foto sono scappati dalla paura, come quando siamo andati a visitare il museo delle cere.

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